Sant'Ignazio
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Giovanni Berchmans

[Diest(Belgio), 12 marzo 1599 – Roma, 13 agosto 1621]
Primogenito dei cinque figli di Giovanni Berchmans, calzolaio e conciatore di pelli, e di Elisabetta, figlia del borgomastro Adriano Van den Hove, quando nel 1609 la madre fu colpita da una incurabile e lenta malattia, Giovanni venne affidato, insieme ai suoi fratelli, alle cure di due zie e, nell’ottobre, posto nel pensionato retto dal premostratense Pietro Van Emmerick, pio parroco della chiesa di N. Signora di Diest. Avviatosi verso la vita ecclesiastica, iniziò gli studi latini nella Scuola Grande di Diest; ma nel 1612 il padre si vide costretto, dalla situazione economica, a chiedere a Giovanni di abbandonare gli studi intrapresi e di imparare un mestiere; l’aiuto offerto poi da alcuni familiari rese possibile un’altra soluzione piú confacente alle doti e all’impegno del ragazzo. A metà settembre 1612, Giovanni entrò infatti nella casa del canonico Froymont, a Malines, per continuare i suoi studi presso la Scuola Grande di questa città, ma serviva al tempo stesso come cameriere il Froymont e come istitutore alcuni giovanissimi ragazzi della nobiltà, convittori nella canonica. Avendo nel 1615 i Gesuiti aperto un collegio a Malines, Giovanni poté compiere sotto la loro direzione gli studi di retorica e divenne anche membro della Congregazione Mariana. Provate alcune incertezze nei riguardi della forma concreta in cui attuare la sua vocazione sacerdotale, leggendo una biografia di s. Luigi Gonzaga, capí che Dio lo chiamava nella Compagnia di Gesú. Dovette tuttavia ancora superare la resistenza oppostagli dal padre, che sognava per lui una ricca prebenda: vi riuscí in maniera cosí convincente che il padre stesso, dopo la morte della moglie, avvenuta nel 1616, abbracciò lo stato ecclesiastico e divenne sacerdote.
Conclusi gli studi umanistici in maniera brillante, Giovanni iniziò a Malines il noviziato sotto la direzione di A. Sucquet, autore della celebre opera “Via Vitae Aeternae”. I progressi spirituali furono cosí rapidi e sicuri che i superiori gli concessero di emettere, dopo un solo anno di noviziato, i tre voti perpetui detti “di devozione” e lo nominarono “ianitor”, ossia prefetto dei novizi, che erano allora piú di cento. Poco dopo la fine del noviziato (24 settembre 1618) fu prescelto per essere inviato a Roma a fare i suoi studi filosofici al Collegio Romano, ove giunse il 2 gennaio 1619. Qui ebbe la fortuna di trovare nella persona di Virgilio Cepari – uno dei migliori scrittori spirituali di quel secolo – un eccellente direttore spirituale. Al termine degli studi filosofici, Giovanni fu incaricato di sostenere l’onorifico e solenne “actus publicus”, nello svolgimento del quale la chiarezza della sua intelligenza e la profondità delle sue conoscenze destarono grande ammirazione cosí come la sua modestia, umiltà e dolcezza. Il rigido tenore di vita da lui seguito e il clima di Roma, poco confacente a lui, ne avevano però minato l’alquanto delicata salute; quando, il 7 agosto 1621, fu assalito da violente febbri, accompagnate da catarro intestinale e da infiammazione polmonare, i dottori disperarono di poterlo salvare, e infatti egli spirò sei giorni dopo dando esempio di una morte santissima. Se Giovanni raggiunse nella breve durata della sua vita, svoltasi in circostanze del tutto ordinarie, le vette della santità canonizzata, ciò deve naturalmente essere ascritto innanzitutto alla grazia e provvidenza di Dio che — oltre ad avergli dato un temperamente felice, dei genitori cristiani esemplari e dei direttori spirituali di primo ordine — lo guidò manifestamente e lo colmò di grazie, fra le quali spicca il dono della piú perfetta castità. Non dobbiamo però dimenticare che Giovanni corrispose a questi doni di Dio con un amore fedelissimo e con un senso del dovere del tutto eccezionale. Educato sin dall’infanzia secondo i principi dell’antica scuola ascetico-mistica dei Paesi Bassi, egli si aprí poi completamente agli insegnamenti ignaziani e giunse cosí a godere – oltre che di una profonda pietà e un’ardente devozione verso l’Eucaristia e la Beata Vergine — di un sano e schietto realismo spirituale, che si rivela nel suo sapersi prefiggere chiaramente uno scopo, nello scegliere il metodo adatto da seguire e nella cura di ogni particolare nella attuazione.
Fedele ai suoi motti preferiti (“Age quod agis” e “Maximi facere minima”), riuscí a eseguire le cose ordinarie in modo straordinario e a diventare il santo della vita comune, in cui le regole del suo Ordine furono per cosí dire “canonizzate”. Non aveva però nulla del moralista, o dell’asceta rigido, o dello scrupoloso irrequieto: la sua era invece una spiritualità di libertà gioconda, di gioia e serenità nel Signore, di amore operoso, caldo ed affabile, che si approfondí e semplificò sempre piú, specie verso la fine della vita, quando cioè, dopo un previo periodo di aridità spirituale, Giovanni fu favorito della esperienza mistica della presenza divina. Furono precisamente questa profonda unione amorosa a Dio e la sua sorridente attuazione operosa nelle circostanze della vita concreta, che esercitarono un fascino ed un ascendente straordinario su quanti ebbero la fortuna di conoscerlo e che spiegano la sorprendente fama di santità diffusasi subito dopo la sua morte, sia a Roma, sia all’estero.
Già un anno dopo la morte di Giovanni si fecero le prime indagini canoniche in Roma e in Belgio; i decreti di Urbano VIII (1625) e di Innocenzo XI (1678) in materia di processi e procedura e, poi, la soppressione della Compagnia di Gesú ritardarono lo svolgimento della causa. Quando essa fu riattivata nel 1830, i progressi furono rapidissimi: 5 giugno 1843, decreto sulla eroicità delle virtú; 9 maggio 1865, beatificazione; 27 novembre 1887, decreto detto del “tuto”; 15 gennaio 1888, solenne canonizzazione.
Il corpo del santo riposa nella chiesa di S.Ignazio a Roma, mentre il suo cuore è venerato nella chiesa dei padri gesuiti a Lovanio. La sua festa si celebra il 13 agosto. Insieme a s. Luigi Gonzaga, Giovanni è venerato come patrono della gioventù studentesca.

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